In parcheggio con Laura

di
genere
etero

ATTO I

Figa, molto figa.
Laura sa di esserlo mentre si rimira nuda nello specchio. È solo il primo pomeriggio ma la persiana è quasi del tutto abbassata ed il corpo sinuoso e morbido della trentenne si staglia al centro della camera da letto in un ombroso chiaroscuro, quasi una di quelle immagini che si vedono sui cataloghi dove, per dare una parvenza di ricercatezza, improbabili designer di altrettanto improbabili atelier grafici provano a giustificare improbi cachet con improbabilissimi richiami caravaggeschi: si sa, la ricerca del bello artistico per vezzo è solo meno tediosa della dappocaggine con cui si ha la pretesa di giustificarne la necessità.

Ma Laura non ne fa un esercizio di stile, le sue forme semplici e naturali, il suo seno piccolo ma sostenuto, i fianchi ben torniti, gli occhi vispi e magnetici, i capelli castano scuro, corti e portati in un elegante caschetto sbarazzino fanno tutti da contraltare ad una personalità elettrica, un’intelligenza effervescente e garbata, uno spirito gaio e lussurioso che vuol vivere ogni istante della vita appieno, nel carpediem ricorsivo di una giovinezza eterna. Lei è troppo giovane, troppo piena di vitalità, troppo energetica per non approfittare di tutte quelle che il destino beffardamente definisce “occasioni” e, l’annuncio che aveva letto su quel sito due sere prima ancora le ballonzola nella testa come il batacchio di una campana, le cui vibrazioni può avvertire lungo tutta la spina dorsale fino a giù, alla bocca dello stomaco, alla sua elegantissima fichetta appena rasata.

Ed il batacchio di Max è ancora lì a far ding-deng nel suo cervello, le foto dell’attrezzo taurino Laura se le ricorda bene, un bel mulatto di ventisette anni, forse cubano, forse brasileiro, fisico asciutto con qualche richiamo palestroide, lineamenti quasi delicati, non molto loquace e forse poco incline alla sottile arte della comunicazione verbale… ma alla fine si erano sentiti velocemente in chat e si erano dati appuntamento per quel pomeriggio al parcheggio di un noto centro commerciale della zona. Ma quello che eccita ancor di più la nostra è il fatto che la fidanzata del buon Max sarebbe stata presente all’incontro, di lei non sa assolutamente nulla e questo la manda in estasi perché a non conoscere le cose si può sempre fantasticarle ed a fantasticarle, com’è che diceva quel tizio? “Il piacere è l’attesa stessa del piacere” o giù di lì; forse era un tedesco o forse no, Laura non ricorda bene.

Finito di rimirarsi la ragazza si ridesta quasi come da un’allucinazione, “niente intimo, è solo una scocciatura con questo caldo”, si infila uno svolazzante chemisier plissettato color mango, sandali bianchi funanbolici e prende la pochette e gli occhiali da sole da sopra il comodino per uscire dalla camera ed entrare nell’open-space, lato soggiorno, del suo delizioso appartamentino.

Gino è lì al suo posto sul tappeto vicino al tavolino in vetro, in ginocchio, con una ball gag fucsia infilata in bocca e dei generosi giri di nastro adesivo attorno ai polsi ed alle caviglie. Proprio in quel momento suona il campanello e Laura attraversa la stanza per recarsi ad aprire l’uscio, Valentina dovrebbe essere arrivata.

«Ciao Vale, entra pure.»
«Ciao tesoro, allora pronta per la tua magica avventura ai Caraibi? Ti vedo bella pimpante!»
«Prontissima, non vedo l’ora, abbiamo appuntamento tra dieci minuti, ne impiegherò venti ad arrivare ma i gentiluomini adorano aspettare.»
«Da quanto tempo sei interessata ai gentiluomini tesoro?»
«Più o meno da quello che ci si mette a capire che forse esistono in quanto tali più nelle nostre teste che nelle loro.»
«Ah Laurì, come sei borghesemente decadentista, i tempi stanno cambiando, quali vuoi che siano le virtù nelle teste di coloro che fino all’altro ieri si proclamavano “il sesso forte”?»
«Più che delle loro teste mi interessano le virtù dei loro cazzi.»
«Attenta a non diventarmi troppo una “gentildonna”!» ribatte Valentina.
«L’importante è non commettere l’errore di pensare d’averne l’esclusiva, tesoro, o si fa la fine degli antichi patriarchi che comandavano ovunque tranne che a casa loro. Devo scappare amò!»
«Certo cara! Ah, questo tuo famoso Gino è già qui?»
«È dentro, mi raccomando trattamelo bene che è ancora un cucciolino universitario. Anzi grazie che sei venuta a tenermelo.»
«Non ti preoccupare figurati, ci divertiremo un mondo assieme. Vai e divertiti anche tu.»

Mentre Valentina entra e richiude la porta dietro di sé Laura si dirige verso le scale che portano ai garage della palazzina, un altro brivido elettrico percorre tutto il suo tonico corpicino, a volte farsi attendere è una vera e propria tortura.

ATTO II

Venticinque minuti dopo, una Lancia Ypsilon placcata avorio entra nell’immenso parcheggio dell’Iper G*** e, come da accordi preventivi, si va a posizionare in un’area marginale sul lato ovest dove non ci sono altre vetture. Ecco che un’elegante Audi A6 Avant station wagon nera si avvicina e si posiziona a dieci-quindici metri e ne discendono un ragazzo e una ragazza. Al che pure Laura scende dalla sua Lancia. Fa caldo, il sole settembrino d’un torrido sabato pomeriggio picchia sulle teste della gente di quel derelitto angolo del nordest, ancor troppo indaffarata per accorgersi che il weekend è bello che iniziato, picchia sulle siepi, sui canaletti, sui giardini e sugli alberi intorno, rimescola l’aria di quel persistente tepore che infastidisce e fiacca coloro che altro non attendono che il riposo serotino come un meritato approdo dopo una settimanale navigazione per il mare burrascoso della routine quotidiana.
Ma i ragazzi nel parcheggio, che sentono tutt’altro tipo di calori, stanno l’una in fronte agli altri due e per qualche secondo si studiano con gli occhi.

«Ciao, sei Laura vero? Io sono Max, e lei è la mia fidanzata Rebecca.»
«Ciao ragazzi, sì sono Laura, molto piacere.»
«Sei in ritardo…» esordisce finalmente Rebecca «S’era detto per le tre e mezza.»
«Chiedo scusa, ho avuto un imprevisto ragazzi.» risponde mentendo Laura.

Max dalle foto sembrava più alto e snello ma è consuetudine che negli annunci online i portfolio antropici raccontino molto meno di quello che è stabilito possano rivelare da chi li carica. Ha un lieve accenno di panzetta ma tutto sommato non è male, il problema è Rebecca: Laura capisce immediatamente di non esserle per nulla simpatica e, ancora prima, ha già capito che anche a lei Rebecca piace poco: addio forme triangolari e ipotesi trigonometriche varie.

«Siete di Padova quindi?» chiede finalmente Laura.
«No, un po’ fuori, verso i Colli Euganei.» risponde Max.
«Ah, bello, le zone del Petrarca.»
«Del cosa? No, non siamo di Arquà.»
«Beh comunque un po’ di strada l’avete fatta, eravate mai stati da queste parti?»
«No.» risponde questa volta Rebecca algida «Non giriamo molto il trevigiano.»
«Ma ci abbiamo messo poco comunque ad arrivare con sta cannonata di Audi.» Riprende Max, quasi interrompendo la fidanzata.
«È davvero una bella auto…»
«Vero? Questa è un’ibrida da mille e nove di cilindrata, duecento cavalli, TDI, da zero a cento in sette secondi. Sulla strada vola.»
«Capisco...» risponde Laura inarcando un sopracciglio e cercando di prendere in mano la situazione «Ma veniamo a noi. Qui vicino c’è un affittacamere, come avevo già accennato a Max. E dal momento che voi non andate mai in casa d’altri suggerisco di…»
«Scoperete in macchina!» sentenzia Rebecca.
«Come in macchina?»
«Non mi dire che non hai mai scopato in macchina.»
«Sì ma tanti anni fa… non mi sembra il… è scomodo, poi l’affittacamere è qui vicino...»
«In macchina andrà bene, non vedo perché dovremmo andare a regalar soldi a quelle topaie col muschio sui muri.»

Laura è furiosa. Già non capiva perché Max avesse rifiutato di andare direttamente in appartamento da lei quando l’aveva invitato il giorno prima, aveva provato anche giustificare la cosa con la storiella dell’"avrà le sue ragioni", il compromesso perfetto tra il "non sono una persona abbastanza empatica da immaginare quale sia il motivo di tale sua perplessità" ed il "non ho nessuna voglia di stare lì a cercarlo". Ma adesso, che quella stronza le venga a dire che si scopa in macchina e punto, no, non riesce a concepirlo: che poi chi si crede di essere questa volgarotta paesana coi capelli tinti di un improbabile rosso ramato, la magliettina bianca scollata della Vans e dei pacchianissimi pantaloncini neri aderenti brillantinati da boutique Brancaleone? Quasi sta per mandare entrambi a quel paese ed andarsene quando le frulla nel cervello un’idea: “Lei non vuole essere qui”. L’impressione di ostilità pervenuta fin dal primo sguardo di Rebecca, dalla prima sua parola proferita non era dettata da un’antipatia personale, ma dal fatto che era stata in qualche modo costretta a venire in quel posto a quell’ora, nella canicola di un sabato pomeriggio in cui avrebbe preferito trovarsi emaciata disidratata ed agonizzante tra le dune infuocate del deserto del Gobi piuttosto che il quel diavolo di parcheggio. Il perché? Forse una scommessa persa, forse un’accoratissima, persistente, estenuante prece del buon Max, forse un simpatico ricatto o un do ut des pattuito con il birichino congiunto, il motivo può essere uno qualunque ma a Laura non interessa: se lei dovesse andarsene Rebecca otterrebbe quello che vuole, Max la farebbe risalire sulla loro stupida autovettura nera con la prua verso Padova e tutto finirebbe nel più banale dei modi.
E se invece…

«Humm ok, può andar bene, facciamo in macchina.» dice infine.
«Mitico! Vedrai che non ti penti.» le fa il verso Max.
«Forza cara, dopo di te…» la incalza con un tono mostardato Rebecca.

Laura ha ormai una sola cosa in testa, far godere il ragazzo proprio davanti a quella bertuccia della fidanzata come non avrebbe mai goduto in vita sua, avrebbe dato tutta se stessa per sdrenarlo e prosciugarlo fino allo stremo delle forze, ogni sua singola energia sarebbe stata spesa per stillare finanche l’ultimo gemito, l’ultimo fremito da quel turgido corpo, sotto gli occhi invidiosi ed impotenti di quell’antipatica dell’arpia patavina.
Appena saliti in auto Max reclina entrambi i sedili anteriori e si posiziona lato passeggero sbottonando e togliendo gli shorts abbastanza frettolosamente ed in modo parecchio anticlimatico.
Tolti anche gli slip rivela il suo bel cazzone color caffellatte, già duro ed in temperatura da almeno cinque-dieci minuti.
Laura, seduta affianco a lui, nota con gusto che dimensioni ed estetica di quel bastone ambrato somigliano più fedelmente a quanto raffigurato nelle foto - che aveva vivisezionato scientificamente masturbandosi la sera prima - di tutto il resto del corpo del prode Max: ora è infoiata pure lei come una cagnetta a primavera tra le api impollinate ed i ciliegi in fiore, prende in bocca quel mattarello d’ebanite ed inizia a spompinarlo senza pietà, godendo appieno della sensazione saturante che quel rotolo di carne suscita nel suo incavo orale e già immaginando tutto quel volume espandente proiettato nei meandri più intimi della sua vagina, di lì a poco.

«Come me lo succhi bene, troia, non ti fermare.» La voce di Max arriva flebile e rotta, in netto contrasto con la perentorietà che vorrebbe tentare di esprimere. Laura è al settimo cielo, il porco sta godendo e lei sta facendo un ottimo lavoro, anzi, forse troppo. È quasi tentata di farlo venire subito, per umiliare lui e la zoccoletta guardona accovacciata sul sedile di dietro ma resiste all’idea e diminuisce il ritmo in maniera chirurgica, facendo ora andar la lingua attorno al glande con movimenti elicoidali avviluppanti che mantengono prigioniero il malcapitato di turno in un limbo di eccitazione spasmodica, ma con la catena tirata al piede, corta il giusto da non permettergli d’arrivare con le dita della mano protesa a toccare l’agognato punto apicale dell’amplesso.
«Merda, così impazzisco… adesso ti apro la fica!» E detto fatto l’irreprensibile Max sfila il suo manganello dalla bocca di Laura, la rigira sul fianco destro e glielo infila addentro la vulva senza troppi complimenti.
“È arrapato come un armadillo, neanche mi chiede se prendo la pillola questo scemo! Uno a zero per me, spero che la madama lì dietro si stia godendo lo spettacolo” pensa Laura che ormai si sente padrona della situazione. Con un occhio cerca di scorgere il volto di Rebecca per carpirle una qualunque espressione, ma la stronzetta è seduta immobile a fissarli come una statua di sale, quindi decide di punzecchiare lui, che già non è un fulmine di guerra ed al momento ha pure poco sangue al cervello.
«Come sei impaziente cowboy!» Lo canzona con tono ficcante «Tanto abborracciato zelo non s’addice alla squisitezza dell’Adone che pretendi d’essere.»
«Lardone un cazzo, faccio palestra tre volte a settimana, adesso ti faccio vedere io…»
E punto sul vivo, con uno scatto d’orgoglio comincia a stantuffare la giovane giumenta ad un ritmo sambistico. La situazione si ribalta e Laura, colta alla sprovvista, abbassa le difese e precipita in una spirale di puro godimento adrenalinico. Gli occhi le si ribaltano all’indietro ed un fremito quasi epilettico la sconquassa fino all’ultima fibra muscolare del suo esile corpicino. Quell’anguilla caraibica preme, comprime, s’attorciglia, risucchia in depressione l’aria all’interno come il pistoncino d’una siringa, ancora ed ancora, ad ogni ciclo i colpi si dipartono con vibrazioni concentriche dalla sua nicchia uterina come onde elettromagnetiche in tutto il corpo, si sente come un mare in tempesta e laggiù, nel nereo pelago abissale avverte che c’è qualcosa che non riuscirà a contenere a lungo, che sta per esplodere… Max prosegue imperterrito, quasi atarassicamente meccanico, incurante dei gemiti di lei: la scrofetta letterata che parla arzigogolato sta per avere quello che si merita, la farà sgocciolare come un rubinetto con le guarnizioni andate.

D’un tratto si ridesta Rebecca:
«Beh Maxi, pensi di averne ancora per molto con questa?»
«Scusa amo, mica c’ha la figa come la tua che risucchia...» biascica a stento lo stallone creolo, anche lui all’apogeo dello sforzo.
Laura fa appena in tempo a percepire la frecciatina a lei inoltrata, ma, distratta, s’attarda quel secondo in più nella riflessione che le fa cedere rovinosamente il passo all’inevitabile.
Di lì è tutta una rapida successione a catena di disastri: la nostra protagonista esplode in un orgasmo pirotecnico, estremamente e copiosamente bagnato, un vero e proprio geyser di pruriginosa felicità.

«Porca troia di questa brutta stronza, ha squirtato tutti i sedili della macchina, cazzo!» esclama Rebecca che quasi le piglia un accidente.
«Chiedo scusaah…» Prova a replicare Laura, ancora in pieno delirio post-orgasmico.
«Scusa un cazzo, hai buttato come una cazzo di fontana! E tu non le dici niente, razza di idiota?»
Max prova a farfugliare qualcosa ma escono solo suoni gutturali, fatto sta che appena “sollevato” il pisello “dal fiero pasto”, termina l’opera nella maniera più goffa ed incontrollata possibile eiaculando a getto involontario una generosa dose di sperma, con precisione balistica, sulla testa a caschetto della nostra sventurata protagonista che ancora stava a ripigliare fiato.

«Sei un maiale! Mi hai sborrato sui capelli, cazzo! Ma che ti dice il cervello!» S’inviperisce lei.
«Taci cretina, mi hai appena fatto un lago in macchina, osi anche lamentarti? Guarda qua, neanche con la varechina verrà via questo schifo. Sono sedili in pelle porca puttana!» La azzanna celere Rebecca.
«Potevate metterci un telo prima, babbei che non siete altro, avete voluto trombare in macchina?»
«Porca vacca Rebe, tuo papà ci ammazza appena vede come gliel’abbiamo ridotta.»
«Zitto imbecille, è tutta colpa tua se siamo venuti in questo buco di culo di posto!» Rebecca è ormai una furia e non ragiona più «Quanto a te, zoccola dei miei stivali, fuori di qui! Sparisci! Aria! Raus!»
«Non vado in giro con lo sperma di questo scemo in testa, datemi qualcosa per pulirmi!»

“Toc! – Toc!”… Un picchiettio flebile sul finestrino laterale sinistro. I tre ragazzi smettono di litigare e si girano in sincrono. Fuori dell’auto ci stanno due mascalzoni con gli occhi sgranati e lo sguardo libidinoso. Avranno trentacinque, massimo quarant’anni ciascuno.

«E voi chi cazzo siete?» Rebecca ha le pupille ridotte a due fessure erpetologiche.
«Ma come, avete già finito? Io qui non ho ancora fatto a tempo a concludere l’atto.» risponde quello più alto dei due «Non fate a caso a noi, Lorsignori, prego, prego, continuate pure!»
«Ma chi sono?» fa da di dentro Max.
«Pezzo di somaro, non vedi che sono due guardoni! Si stanno segando sulla carrozzeria!» Lo rimbrotta Rebecca, con la faccia viola cianotico. « E voi due sparite immediatamente, imbecilli, prima che chiami la polizia!»
«Con che accusa Vossignoria? Stiamo legittimamente calpestando suolo pubblico, s’intende…» dice sempre quello più alto.
«Adesso esco e vi calpesto i coglioni, razza di farabutti! Pusillanimi guardoni maledetti!»
«Non s’adombri signorina, ma la prego, esorti i suoi amici a continuare…»
«Fuori dalle scatole canaglie! Via, filibustieri!»

Laura decide che ne ha abbastanza, è ora di porre fine a quel surreale paradosso kafkiano e battere in ritirata, mentre quell’altra scalmanata si sta togliendo una scarpa per scendere e malmenare i due manigoldi usandola a mo’ di randello. Apre la portiera, vi s’appoggia sperando che le gambe la reggano - sì la reggono benone – e si allontana. Sale sulla sua fida Lancia Ypsilon e avvia il motore, vuole lasciarsi tutto quel circo alle spalle il più presto possibile. L’Audi A6 Avant scompare nello specchietto retrovisore, assieme alle sagome di quattro sciagurati tra gli attori prìncipi di questa tragicomica farsa. È tempo che la storia giunga al suo giusto epilogo, è tempo di tornarsene a casa.

ATTO III

«Laurì, ma che ti è successo? Com’è andata con Peter Tosh?»
«Un disastro, Vale, ti racconterò, ma adesso voglio solo andarmi a fare una doccia.» Prima in macchina Laura si era ripulita alla carlona i capelli con un fazzolettino di carta, ora lavarsi per bene è questione prioritaria.
«Qualcosa mi dice che non ti ha suonato “No woman, no cry” con la chitarra.»
«Beh a dire il vero altro che chitarra, è successo un po’ di tutto… ma che cos’ha Gino? Perché l’hai impacchettato a quel modo? Ma sta piangendo?»
«No, No, tranqui. Ci siamo divertiti un po’ mentre eri via, è stato bravissimo.»
«Porca miseria Vale, ma che cosa gli hai fatto a sto poveraccio? Pare abbia visto un fantasma!»
«Nulla nulla, tranquilla, sta benissimo.»
«Adesso gli tolgo sta cazzo di pallina e me lo faccio dire da lui...»
«Ah non credo parlerà, gliel’ho espressamente vietato e sono stata parecchio convincente a riguardo, tesoro. Temo che rimarrà il “suo” piccolo segreto, vero Gino? Ops, s’è fatto tardi, devo scappare, scusa Laurì, stasera sono a cena da mio zio, inderogabile, speriamo non facciano selvaggina, la volta scorsa è toccato alla pernice, si può mai servire qualcosa di più disgustoso? Ciao ciao amore, ci sentiamo prestissimo. Au revoir Gino!»

Laura richiude la porta una volta uscita l’amica, si sente terribilmente stanca. Cena di pernice. Certo, anche questa può essere una delle molte, screziate tragedie che affliggono le nostre fragili vite.
scritto il
2025-02-11
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