Lo spilungone
di
S.V. Strange
genere
gay
Quando entri in una discoteca, le prime persone che attirano la tua attenzione sono due. Il buttafuori che sta all’ingresso, e chi sta nel guardaroba dietro a un bancone fra borse e giubbotti. Non era la mia prima serata in una discoteca gay, ma di sicuro sarebbe stata quella che, nella mia mente da studente universitario, si sarebbe impressa a fuoco fra le circonvoluzioni cerebrali.
Il buttafuori: solito ragazzone pieno di muscoli in giacca e cravatta. Fin troppo cliché sia per un racconto erotico, che per una storia di vita vissuta. Passiamo al guardaroba. Merda. Un mio ex flirt durato mezza serata che ancora cercava il secondo round. Iniziano i saluti. Arrivano i convenevoli, che piuttosto una lavanda gastrica al napalm. A te il giubbotto. A me il ticket, ed ecco i soldi. Grazie e a dopo o meglio di no. Passa il giubbotto a un ragazzetto dietro di lui alto almeno 1.90. Magro. Molto magro. Merda 2.0. Punto nel vivo. Mi guarda, lo guardo, e nelle nostre menti capiamo entrambi che quello sguardo sarà solo il primo di una lunga serie quella sera. Esco dalla camera da letto nella quale lo avevo già steso sul materasso strappandogli la maglietta, e torno nel mondo reale. Come un pugile che ha appena ricevuto un montante ben assestato, vado verso il bar, dove la mia amica e grande complice di infinite serate (buona parte delle quali fallite miseramente), mi aspettava facendo la fila per bruciare la prima consumazione. Testuali parole sono uscite dalla mia bocca: credo di aver avuto il più intenso contatto di sguardi della mia vita, stasera ti lascerò sola, sappilo. Mi prende per il culo, e ha ragione. Ma sticazzi. Sono un sognatore, lasciami vivere nelle mie illusioni.
Terminata l’attesa per il primo cocktail annacquato della serata, andiamo verso la terrazza della discoteca. Ovviamente passiamo davanti al guardaroba. Ovviamente cerco il suo sguardo. Ovviamente lo ottengo. E ovviamente non lo mollo mai, nemmeno mentre schivo orde di ballerini fin troppo improvvisati. Una volta fuori mi rendo conto che anche lui è uscito. Da solo. Sta con la schiena contro la parete. Accende una sigaretta e soffia via il fumo tirando indietro la testa, come fanno i cattivi ragazzi. Riabbassa la testa. Ed è qui che mi sento letteralmente violentato con gli occhi. Non mi molla mai. Io non lo mollo mai. Quel cazzo di spilungone aveva attirato la mia attenzione, e mi aveva fatto suo dal primo sguardo. Finisce la sigaretta senza mai togliermi gli occhi di dosso. Torna dentro. Io seguo e mi avvicino. Ci sorridiamo e mi parla. Che cazzo ha detto? Non lo so, col casino della discoteca non capisco cosa dica, ma intuisco che vuole ballare. Inizia questo lungo preliminare che entrambi vorremmo saltare, perché sappiamo già cosa vogliamo, e sappiamo anche che lo vogliamo subito. Come ha detto quello, si farebbe molto prima se lei(lui) tornasse vestita(o) soltanto del bicchiere. Dopo un po’ mi rompo e gli chiedo se vuole fare un giro fuori, almeno avremmo potuto chiacchierare tranquilli. La amica mi guarda e telepaticamente sento che dice: va’, fallo tuo e non ti voltare indietro. Ho il suo consenso.
Il buttafuori (che ripeto, tenetevelo voi) ci timbra la mano, ci allontaniamo e iniziamo a conoscerci un po’. Si chiama Andrea (pure il mio nome preferito, altro da offrire per conquistarmi?), ha 6 anni in meno di me, e ha da poco capito di sentirsi attratto dai ragazzi. Continuiamo questa passeggiata e capisco che non solo è molto carino, ma è pure in gamba. Molto. Ci sediamo su un muretto e iniziamo il gioco del cercare argomenti per prenderci in giro, con prima un minimo contatto fisico, poi la distanza, poi un contatto fisico un po’ più intenso e poi, basta, non ce la faccio più, gli prendo la testa e lo bacio. Quel bacio, aspettato da quando ho mollato il giubbotto al guardaroba, mi piace. Meno il sapore di fumo, ma ci passiamo sopra. È alto. Si chiama Andrea. Sembra in gamba. E non mi ha tolto gli occhi di dosso tutta la sera. Che cazzo voglio di più?
Eravamo seduti con le gambe da un lato del muretto, ci mettiamo a cavalcioni, siamo più vicini e possiamo abbracciarci. Le lingue continuano a toccarsi; gli lecco lentamente il labbro superiore. Mi piace. Un coglione che passa davanti in macchina ci interrompe di botto suonando il clacson, vedere due froci che si baciano aveva urtato la sua sensibilità di microcefalo. Fanculo. Riprendiamo a baciarci. Mi bacia il collo, può farmi tutto quello che vuole in quel momento. Sono suo. Ci stringiamo a passo le mani sul suo corpo. Confermo che è magro. Ma quel corpo magro mi piace. Ha qualcosa che mi fa perdere il contatto con la realtà, forse il suo profumo, la sua pelle, non lo so. Abbasso lo sguardo e dai suoi pantaloni bordeaux vedo la sagoma del suo cazzo duro. Non posso fare troppo il bravo ragazzo, voglio andarci piano e non voglio far succedere tutto subito. Ma la mano sopra ce la devo mettere. Sento che diventa ancora più duro. Passo la mia mano avanti e indietro, percorrendo tutta la lunghezza. Lui sospira, sento sua eccitazione nei suoi baci. Ricambia il gesto portando la sua mano sui miei pantaloni e dio solo sa quanto vorrei essere nudo con lui e fare le peggio cose. Sento l’eccitazione che sale e il mio cazzo che sta per strappare i pantaloni troppo aderenti. La sua lingua nella mia bocca e la sua mano che mi accarezza, mi stanno facendo bagnare come non mai. Sento liquido trasparente che impregna gli slip, e spero non macchi i pantaloni (le luci blu della discoteca non perdonano, sono peggio di CSI). Se ora con quelle labbra scendesse giù, non so quanto potrei resistere prima di esplodere. La realtà di una strada di periferia, con il suo traffico, i suoi rumori e le persone che rallentano per guardarci e chiedersi “ma sono davvero due maschi?”, mi scaraventa alla fredda realtà. Con molta tristezza apro gli occhi, e gli dico che forse è meglio fermarsi. Torna anche lui alla realtà, è d’accordo con me. Ci scambiamo il numero di telefono e la promessa di risentirci e rivederci quanto prima. Torniamo dentro. Il mondo attorno è solo un contorno. Riprendiamo a ballare e gli sguardi a distanza sono diventati solo un lontano ricordo. E la serata piano piano scivola via, verso l’alba, con la mente che già viaggia verso il secondo incontro con lo spilungone. Maledetto. Una parte di me è ancora sua.
Il buttafuori: solito ragazzone pieno di muscoli in giacca e cravatta. Fin troppo cliché sia per un racconto erotico, che per una storia di vita vissuta. Passiamo al guardaroba. Merda. Un mio ex flirt durato mezza serata che ancora cercava il secondo round. Iniziano i saluti. Arrivano i convenevoli, che piuttosto una lavanda gastrica al napalm. A te il giubbotto. A me il ticket, ed ecco i soldi. Grazie e a dopo o meglio di no. Passa il giubbotto a un ragazzetto dietro di lui alto almeno 1.90. Magro. Molto magro. Merda 2.0. Punto nel vivo. Mi guarda, lo guardo, e nelle nostre menti capiamo entrambi che quello sguardo sarà solo il primo di una lunga serie quella sera. Esco dalla camera da letto nella quale lo avevo già steso sul materasso strappandogli la maglietta, e torno nel mondo reale. Come un pugile che ha appena ricevuto un montante ben assestato, vado verso il bar, dove la mia amica e grande complice di infinite serate (buona parte delle quali fallite miseramente), mi aspettava facendo la fila per bruciare la prima consumazione. Testuali parole sono uscite dalla mia bocca: credo di aver avuto il più intenso contatto di sguardi della mia vita, stasera ti lascerò sola, sappilo. Mi prende per il culo, e ha ragione. Ma sticazzi. Sono un sognatore, lasciami vivere nelle mie illusioni.
Terminata l’attesa per il primo cocktail annacquato della serata, andiamo verso la terrazza della discoteca. Ovviamente passiamo davanti al guardaroba. Ovviamente cerco il suo sguardo. Ovviamente lo ottengo. E ovviamente non lo mollo mai, nemmeno mentre schivo orde di ballerini fin troppo improvvisati. Una volta fuori mi rendo conto che anche lui è uscito. Da solo. Sta con la schiena contro la parete. Accende una sigaretta e soffia via il fumo tirando indietro la testa, come fanno i cattivi ragazzi. Riabbassa la testa. Ed è qui che mi sento letteralmente violentato con gli occhi. Non mi molla mai. Io non lo mollo mai. Quel cazzo di spilungone aveva attirato la mia attenzione, e mi aveva fatto suo dal primo sguardo. Finisce la sigaretta senza mai togliermi gli occhi di dosso. Torna dentro. Io seguo e mi avvicino. Ci sorridiamo e mi parla. Che cazzo ha detto? Non lo so, col casino della discoteca non capisco cosa dica, ma intuisco che vuole ballare. Inizia questo lungo preliminare che entrambi vorremmo saltare, perché sappiamo già cosa vogliamo, e sappiamo anche che lo vogliamo subito. Come ha detto quello, si farebbe molto prima se lei(lui) tornasse vestita(o) soltanto del bicchiere. Dopo un po’ mi rompo e gli chiedo se vuole fare un giro fuori, almeno avremmo potuto chiacchierare tranquilli. La amica mi guarda e telepaticamente sento che dice: va’, fallo tuo e non ti voltare indietro. Ho il suo consenso.
Il buttafuori (che ripeto, tenetevelo voi) ci timbra la mano, ci allontaniamo e iniziamo a conoscerci un po’. Si chiama Andrea (pure il mio nome preferito, altro da offrire per conquistarmi?), ha 6 anni in meno di me, e ha da poco capito di sentirsi attratto dai ragazzi. Continuiamo questa passeggiata e capisco che non solo è molto carino, ma è pure in gamba. Molto. Ci sediamo su un muretto e iniziamo il gioco del cercare argomenti per prenderci in giro, con prima un minimo contatto fisico, poi la distanza, poi un contatto fisico un po’ più intenso e poi, basta, non ce la faccio più, gli prendo la testa e lo bacio. Quel bacio, aspettato da quando ho mollato il giubbotto al guardaroba, mi piace. Meno il sapore di fumo, ma ci passiamo sopra. È alto. Si chiama Andrea. Sembra in gamba. E non mi ha tolto gli occhi di dosso tutta la sera. Che cazzo voglio di più?
Eravamo seduti con le gambe da un lato del muretto, ci mettiamo a cavalcioni, siamo più vicini e possiamo abbracciarci. Le lingue continuano a toccarsi; gli lecco lentamente il labbro superiore. Mi piace. Un coglione che passa davanti in macchina ci interrompe di botto suonando il clacson, vedere due froci che si baciano aveva urtato la sua sensibilità di microcefalo. Fanculo. Riprendiamo a baciarci. Mi bacia il collo, può farmi tutto quello che vuole in quel momento. Sono suo. Ci stringiamo a passo le mani sul suo corpo. Confermo che è magro. Ma quel corpo magro mi piace. Ha qualcosa che mi fa perdere il contatto con la realtà, forse il suo profumo, la sua pelle, non lo so. Abbasso lo sguardo e dai suoi pantaloni bordeaux vedo la sagoma del suo cazzo duro. Non posso fare troppo il bravo ragazzo, voglio andarci piano e non voglio far succedere tutto subito. Ma la mano sopra ce la devo mettere. Sento che diventa ancora più duro. Passo la mia mano avanti e indietro, percorrendo tutta la lunghezza. Lui sospira, sento sua eccitazione nei suoi baci. Ricambia il gesto portando la sua mano sui miei pantaloni e dio solo sa quanto vorrei essere nudo con lui e fare le peggio cose. Sento l’eccitazione che sale e il mio cazzo che sta per strappare i pantaloni troppo aderenti. La sua lingua nella mia bocca e la sua mano che mi accarezza, mi stanno facendo bagnare come non mai. Sento liquido trasparente che impregna gli slip, e spero non macchi i pantaloni (le luci blu della discoteca non perdonano, sono peggio di CSI). Se ora con quelle labbra scendesse giù, non so quanto potrei resistere prima di esplodere. La realtà di una strada di periferia, con il suo traffico, i suoi rumori e le persone che rallentano per guardarci e chiedersi “ma sono davvero due maschi?”, mi scaraventa alla fredda realtà. Con molta tristezza apro gli occhi, e gli dico che forse è meglio fermarsi. Torna anche lui alla realtà, è d’accordo con me. Ci scambiamo il numero di telefono e la promessa di risentirci e rivederci quanto prima. Torniamo dentro. Il mondo attorno è solo un contorno. Riprendiamo a ballare e gli sguardi a distanza sono diventati solo un lontano ricordo. E la serata piano piano scivola via, verso l’alba, con la mente che già viaggia verso il secondo incontro con lo spilungone. Maledetto. Una parte di me è ancora sua.
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