La mia prima volta nella spiaggia naturista cap.2
di
Eli_AnimaNuda
genere
prime esperienze
Capitolo 2 – La prima vera volta
Avevo davanti un piatto che non riuscivo a toccare. Ogni boccone mi sembrava estraneo, insapore. Le dita giocavano distratte con la forchetta mentre lo sguardo vagava, perso nel vuoto. Rispondevo appena, a voce bassa, ai commenti distratti di mia zia. Lei si godeva la brezza leggera sotto l’ombrellone, ignara. Ogni tanto beveva un sorso d’acqua, si sollevava il cappello dalla fronte sudata, oppure si passava la mano sulla gamba nuda per spolverarsi la sabbia. Non sospettava nulla. Ma dentro di me... il corpo non si era ancora spento. Il cuore aveva una memoria sua. E la mia pelle... vibrava ancora. Il costume, zuppo e aderente, mi segnava le curve come una carezza forzata. La stoffa si era incollata tra le labbra intime, tirando leggermente ogni volta che cambiavo posizione. Sotto, sentivo l’umidità che non voleva andarsene. Una scia calda, viscosa, ostinata. Ogni granello di sabbia era una scheggia viva. Ogni sfioramento, un’eco del mattino. E io... io non riuscivo a staccarmi da lui. Dal ricordo del suo corpo nudo, del suo respiro caldo sulla mia nuca, del suo sesso eretto, pulsante, che mi aveva sfiorata senza entrare. Ma che dentro... c’era stato comunque.
–– Vado a fare una passeggiata nella pineta, prima del prossimo bagno.
– Non andare troppo lontano.
–– No zia, tranquilla. Cammino un po’ all’ombra.
Mi alzai piano, scrollando via la sabbia dai fianchi, come per liberarmi da un abbraccio invisibile. Il sole batteva forte, ma io cercavo l’ombra. Non solo quella dei pini. Cercavo un’ombra precisa. Una presenza. Ripercorsi lo stesso sentiero del mattino, ma con un altro passo. Più lento, più pesante. Come se il corpo volesse gustare ogni contatto con il terreno, ogni fruscio tra gli aghi caduti. Ero diversa. Il mio respiro era più profondo. Il petto si sollevava con una consapevolezza nuova. Non cercavo un luogo. Cercavo lui. Cercavo quegli occhi che mi avevano spogliata prima ancora che il sole sorgesse. Cercavo quella voce che mi aveva aperta come nessuno prima.
Superai il cartello *Zona naturista* e il cuore si impennò. Un tuffo secco, profondo, come quando si scivola in acqua gelida. Ogni passo più incerto, più carico. Lo sentii prima nell’aria: un’energia sottile, elettrica. Poi col corpo. Il vento cambiava direzione, e con esso... il desiderio. E poi lo vidi. Muoversi tra i pini, solido e lento, come un animale che non ha bisogno di nascondersi. Mi stava cercando. E io... ero lì per lui.
Era lì. Il suo corpo nudo si stagliava tra le ombre spezzate dei tronchi, poco distante da una delle piccole strutture di legno usate come spogliatoi. Era fermo, ma non immobile. Come un predatore in pausa, in attesa. Il petto ampio si sollevava piano, il ventre segnato dall’età e dalla forza. Il sesso, già gonfio, pendeva con una gravità oscena, naturale. E io... tremavo. Il cuore batteva ovunque: nelle tempie, tra le gambe, sotto la lingua. Le cosce si serrarono appena. E lì, al centro, sentii la pelle vibrare. Il mio sesso si gonfiava senza pudore. Solo a vederlo.
Fece qualche passo verso di me. Lenti, misurati. I suoi occhi non mi fissavano in volto. Seguivano una traiettoria istintiva: dal collo alla scollatura, poi giù, fino ai miei fianchi, alle gambe, tra esse. Ero ancora vestita. Eppure... mi sentivo già nuda. Nuda sotto i suoi occhi, sotto il suo respiro. Nuda come mai prima. E desiderosa.
– Sei tornata.
–– Te l’avevo detto. Che sarei tornata.
Feci un solo passo. Ma bastò. L’aria tra noi si accorciò. Potevo sentirlo. Il calore della sua pelle, l’odore salmastro del suo sudore mischiato al sole, al legno, alla resina. Un aroma maschile, crudo. Lui non disse nulla. Ma il suo sesso... si sollevò. Si indurì. Solo per me. Senza tocco. Solo desiderio.
–– Io… non so cosa voglio. Ma so che voglio sentirmi ancora così.
– Non ti ha mai toccata nessuno qui…
Il tono della sua voce era basso, quasi ruvido. Un sussurro profondo che mi entrava sotto pelle. Le sue mani si mossero come se sapessero già cosa trovare. Le dita salirono sotto l’orlo del mio vestito leggero. Sfiorarono il fianco nudo. Poi si curvarono sul gluteo, pieno e teso. Una carezza lenta, dominante. Le sue mani si aprirono sulle mie natiche e le separarono piano. E poi… lo sentii. Le dita scesero tra esse. La pelle calda, bagnata. Un contatto che non avevo mai immaginato. Mi sfiorò proprio lì. Lì dove nessuno era mai arrivato. Un tocco che non feriva, ma scuoteva. Sull’ano. Un cerchio lento, un massaggio circolare che mi faceva trattenere il respiro.
Il viso mi andò in fiamme. Il sangue salì tutto in un colpo. Arrossii come non avevo mai fatto. Il corpo tremava. Le gambe tese. Stringevo le cosce come per non esplodere. E lui continuava. Le dita ruotavano, accarezzavano. Io... non avevo mai sentito nulla del genere.
–– Nessuno… mai.
– Sei tesa. E bagnata. E bellissima.
La sua mano scese. Trovò il mio sesso. Le dita si insinuarono tra le labbra già gonfie. Le aprì. Con lentezza. Mi trovò umida. Calda. Vibrante.
– Hai mai sentito lo sperma su di te? Dentro? Sulle cosce?
–– No… mai.
Le sue parole furono come uno sparo muto, profondo. Qualcosa mi esplose dentro. Una scossa calda, irresistibile, che partì dal basso ventre e si diffuse fino al petto. E venni. Senza preavviso. Un’onda improvvisa. Un fremito che mi spezzò le ginocchia. Le sue dita si bagnarono del mio piacere. Tremavo. Il sesso mi pulsava sotto i polpastrelli, come se volesse restare aperto. Vivo. Mi aggrappai a lui, senza più resistere. Appoggiai la fronte al suo petto villoso. Sentivo il calore della sua pelle, il ritmo lento del suo respiro, e il battito. Forte. Presente.
– Quando hai perso la verginità?
–– Questo inverno… con il mio ex. Una volta sola.
– Completamente?
–– Credo… sì. Ma… non l’ho sentito quasi.
La sua mano non si fermò. Le dita tornarono dentro di me. Lente. Piene. Mi aprivano come se cercassero qualcosa. Come se volessero insegnarmi cosa vuol dire essere *presa*. E io… io mi aprii. Per la prima volta. Senza trattenere nulla.
– Non ti ha mai presa davvero. Nemmeno lì.
–– No… mai così.
Mi sentii sprofondare nel silenzio. Ma era un silenzio caldo, saturo di attesa. La sua mano mi girò. Il corpo seguì senza resistenza. Le dita si chiusero sui miei fianchi. Forti. Decise. Mi spinse contro il tronco, inclinandomi. Le gambe si separarono da sole. Il vestito si alzò. Il sesso era lì. Nudo. Gonfio. Caldo. Lo sentii scivolare tra le mie natiche. La punta sfiorò la fessura. Mi bagnai di nuovo. Di più.
E poi… spinse.
Entrò. Lentamente. Ma senza esitazione. E io… mi spalancai. Il corpo si tese. Le dita si aggrapparono alla corteccia. Lo sentii. Così diverso. Così *più grande* di quanto ricordassi. Più spesso. Più lungo. Non era solo l’assenza del preservativo. Era il suo calore vivo, pulsante, che si fondeva con me. Le pareti interne si allargavano, si adattavano. Ma lo facevano con fatica. Il dolore fu secco, vero. Mi sfuggì un gemito. Poi un altro. Lo sentii urtarmi in profondità. Un punto che non avevo mai sentito toccare. E il corpo reagì. Si contrasse tutto. Il piacere esplose tra le costole, nella pancia. Un piacere ruvido, istintivo. Travolgente.
–– Aah… ah… Dio…
– Sei così stretta… così perfetta per il mio cazzo.
La sua voce era roca. Il respiro spezzato. Continuava a entrare. A spingere. Mi prendeva. Tutta. Più di quanto pensassi possibile. E in quel momento capii. Capì che non ero mai stata *presa davvero*. Non come adesso. Quello che avevo vissuto con il mio ex... non era stato amore. Non era stato sesso. Era stato nulla. Questo… era il mio primo vero amplesso.
Il ritmo cambiò. Divenne più violento, più carnale. Le sue spinte si fecero profonde, affamate. Mi penetrava con una forza che non avevo mai immaginato. Ogni colpo era un’onda che mi attraversava, che mi sollevava da dentro. Sentivo le natiche sbattere contro il suo ventre. Il suo cazzo sprofondava fino in fondo, colpendomi in quel punto segreto e proibito che faceva vibrare ogni parte di me. E io... gemetti. Senza pudore. Senza controllo.
–– Oh Dio… sì… sì…
– Sto venendo…
Si ritrasse di colpo. Sentii l’aria fredda sulla fessura ancora aperta, bagnata. Un vuoto che mi fece tremare. Poi… un fiotto caldo sulla schiena. Denso. Vivo. Mi fece sussultare. Un altro. E un altro ancora. Lo sperma mi colava lento lungo la colonna, fermandosi tra le scapole, arrivando fino all’elastico del costume. Lui lo guardava. Rapito. Le sue dita si posarono sulla mia pelle come su una tela. Lo spargevano. Lo usavano per scrivermi addosso.
– Così sei perfetta… sembri un’opera d’arte.
Mi voltai piano, ancora scossa, le gambe tremanti. Lo guardai negli occhi. Lui era lì, in piedi, con il respiro affannato e il sesso ancora rigido. Il suo sguardo mi perforava. Aveva qualcosa di intenso, quasi pensieroso. Come se si stesse chiedendo perché non fosse rimasto dentro. Perché non avesse completato tutto lì, dentro di me. Le sue dita erano ancora sporche del mio piacere. E del suo.
Le presi con dolcezza. Le portai alla bocca. Le labbra si aprirono lente. Leccai piano, una lingua morbida che accarezzava le falangi. Sentii il gusto denso e salato del suo sperma, misto alla mia umidità. E arrossii. Forte. Il calore mi salì al viso mentre lo facevo. Ma non mi fermai. Lo *assaggiai*. Con curiosità. Con desiderio. Con un pudore che non nascondeva nulla.
Lui abbassò lo sguardo su di me. Le sue dita libere mi sfiorarono il seno, sopra il vestito. Poi scesero. La pancia nuda. Un tocco che non cercava eccitazione, ma connessione. Una carezza lenta. Lunga. Come se volesse ricordare. Come se non fosse del tutto pronto a lasciarmi andare.
E nei suoi occhi… vidi che era mio. E che lo sarei stata ancora.
Avevo davanti un piatto che non riuscivo a toccare. Ogni boccone mi sembrava estraneo, insapore. Le dita giocavano distratte con la forchetta mentre lo sguardo vagava, perso nel vuoto. Rispondevo appena, a voce bassa, ai commenti distratti di mia zia. Lei si godeva la brezza leggera sotto l’ombrellone, ignara. Ogni tanto beveva un sorso d’acqua, si sollevava il cappello dalla fronte sudata, oppure si passava la mano sulla gamba nuda per spolverarsi la sabbia. Non sospettava nulla. Ma dentro di me... il corpo non si era ancora spento. Il cuore aveva una memoria sua. E la mia pelle... vibrava ancora. Il costume, zuppo e aderente, mi segnava le curve come una carezza forzata. La stoffa si era incollata tra le labbra intime, tirando leggermente ogni volta che cambiavo posizione. Sotto, sentivo l’umidità che non voleva andarsene. Una scia calda, viscosa, ostinata. Ogni granello di sabbia era una scheggia viva. Ogni sfioramento, un’eco del mattino. E io... io non riuscivo a staccarmi da lui. Dal ricordo del suo corpo nudo, del suo respiro caldo sulla mia nuca, del suo sesso eretto, pulsante, che mi aveva sfiorata senza entrare. Ma che dentro... c’era stato comunque.
–– Vado a fare una passeggiata nella pineta, prima del prossimo bagno.
– Non andare troppo lontano.
–– No zia, tranquilla. Cammino un po’ all’ombra.
Mi alzai piano, scrollando via la sabbia dai fianchi, come per liberarmi da un abbraccio invisibile. Il sole batteva forte, ma io cercavo l’ombra. Non solo quella dei pini. Cercavo un’ombra precisa. Una presenza. Ripercorsi lo stesso sentiero del mattino, ma con un altro passo. Più lento, più pesante. Come se il corpo volesse gustare ogni contatto con il terreno, ogni fruscio tra gli aghi caduti. Ero diversa. Il mio respiro era più profondo. Il petto si sollevava con una consapevolezza nuova. Non cercavo un luogo. Cercavo lui. Cercavo quegli occhi che mi avevano spogliata prima ancora che il sole sorgesse. Cercavo quella voce che mi aveva aperta come nessuno prima.
Superai il cartello *Zona naturista* e il cuore si impennò. Un tuffo secco, profondo, come quando si scivola in acqua gelida. Ogni passo più incerto, più carico. Lo sentii prima nell’aria: un’energia sottile, elettrica. Poi col corpo. Il vento cambiava direzione, e con esso... il desiderio. E poi lo vidi. Muoversi tra i pini, solido e lento, come un animale che non ha bisogno di nascondersi. Mi stava cercando. E io... ero lì per lui.
Era lì. Il suo corpo nudo si stagliava tra le ombre spezzate dei tronchi, poco distante da una delle piccole strutture di legno usate come spogliatoi. Era fermo, ma non immobile. Come un predatore in pausa, in attesa. Il petto ampio si sollevava piano, il ventre segnato dall’età e dalla forza. Il sesso, già gonfio, pendeva con una gravità oscena, naturale. E io... tremavo. Il cuore batteva ovunque: nelle tempie, tra le gambe, sotto la lingua. Le cosce si serrarono appena. E lì, al centro, sentii la pelle vibrare. Il mio sesso si gonfiava senza pudore. Solo a vederlo.
Fece qualche passo verso di me. Lenti, misurati. I suoi occhi non mi fissavano in volto. Seguivano una traiettoria istintiva: dal collo alla scollatura, poi giù, fino ai miei fianchi, alle gambe, tra esse. Ero ancora vestita. Eppure... mi sentivo già nuda. Nuda sotto i suoi occhi, sotto il suo respiro. Nuda come mai prima. E desiderosa.
– Sei tornata.
–– Te l’avevo detto. Che sarei tornata.
Feci un solo passo. Ma bastò. L’aria tra noi si accorciò. Potevo sentirlo. Il calore della sua pelle, l’odore salmastro del suo sudore mischiato al sole, al legno, alla resina. Un aroma maschile, crudo. Lui non disse nulla. Ma il suo sesso... si sollevò. Si indurì. Solo per me. Senza tocco. Solo desiderio.
–– Io… non so cosa voglio. Ma so che voglio sentirmi ancora così.
– Non ti ha mai toccata nessuno qui…
Il tono della sua voce era basso, quasi ruvido. Un sussurro profondo che mi entrava sotto pelle. Le sue mani si mossero come se sapessero già cosa trovare. Le dita salirono sotto l’orlo del mio vestito leggero. Sfiorarono il fianco nudo. Poi si curvarono sul gluteo, pieno e teso. Una carezza lenta, dominante. Le sue mani si aprirono sulle mie natiche e le separarono piano. E poi… lo sentii. Le dita scesero tra esse. La pelle calda, bagnata. Un contatto che non avevo mai immaginato. Mi sfiorò proprio lì. Lì dove nessuno era mai arrivato. Un tocco che non feriva, ma scuoteva. Sull’ano. Un cerchio lento, un massaggio circolare che mi faceva trattenere il respiro.
Il viso mi andò in fiamme. Il sangue salì tutto in un colpo. Arrossii come non avevo mai fatto. Il corpo tremava. Le gambe tese. Stringevo le cosce come per non esplodere. E lui continuava. Le dita ruotavano, accarezzavano. Io... non avevo mai sentito nulla del genere.
–– Nessuno… mai.
– Sei tesa. E bagnata. E bellissima.
La sua mano scese. Trovò il mio sesso. Le dita si insinuarono tra le labbra già gonfie. Le aprì. Con lentezza. Mi trovò umida. Calda. Vibrante.
– Hai mai sentito lo sperma su di te? Dentro? Sulle cosce?
–– No… mai.
Le sue parole furono come uno sparo muto, profondo. Qualcosa mi esplose dentro. Una scossa calda, irresistibile, che partì dal basso ventre e si diffuse fino al petto. E venni. Senza preavviso. Un’onda improvvisa. Un fremito che mi spezzò le ginocchia. Le sue dita si bagnarono del mio piacere. Tremavo. Il sesso mi pulsava sotto i polpastrelli, come se volesse restare aperto. Vivo. Mi aggrappai a lui, senza più resistere. Appoggiai la fronte al suo petto villoso. Sentivo il calore della sua pelle, il ritmo lento del suo respiro, e il battito. Forte. Presente.
– Quando hai perso la verginità?
–– Questo inverno… con il mio ex. Una volta sola.
– Completamente?
–– Credo… sì. Ma… non l’ho sentito quasi.
La sua mano non si fermò. Le dita tornarono dentro di me. Lente. Piene. Mi aprivano come se cercassero qualcosa. Come se volessero insegnarmi cosa vuol dire essere *presa*. E io… io mi aprii. Per la prima volta. Senza trattenere nulla.
– Non ti ha mai presa davvero. Nemmeno lì.
–– No… mai così.
Mi sentii sprofondare nel silenzio. Ma era un silenzio caldo, saturo di attesa. La sua mano mi girò. Il corpo seguì senza resistenza. Le dita si chiusero sui miei fianchi. Forti. Decise. Mi spinse contro il tronco, inclinandomi. Le gambe si separarono da sole. Il vestito si alzò. Il sesso era lì. Nudo. Gonfio. Caldo. Lo sentii scivolare tra le mie natiche. La punta sfiorò la fessura. Mi bagnai di nuovo. Di più.
E poi… spinse.
Entrò. Lentamente. Ma senza esitazione. E io… mi spalancai. Il corpo si tese. Le dita si aggrapparono alla corteccia. Lo sentii. Così diverso. Così *più grande* di quanto ricordassi. Più spesso. Più lungo. Non era solo l’assenza del preservativo. Era il suo calore vivo, pulsante, che si fondeva con me. Le pareti interne si allargavano, si adattavano. Ma lo facevano con fatica. Il dolore fu secco, vero. Mi sfuggì un gemito. Poi un altro. Lo sentii urtarmi in profondità. Un punto che non avevo mai sentito toccare. E il corpo reagì. Si contrasse tutto. Il piacere esplose tra le costole, nella pancia. Un piacere ruvido, istintivo. Travolgente.
–– Aah… ah… Dio…
– Sei così stretta… così perfetta per il mio cazzo.
La sua voce era roca. Il respiro spezzato. Continuava a entrare. A spingere. Mi prendeva. Tutta. Più di quanto pensassi possibile. E in quel momento capii. Capì che non ero mai stata *presa davvero*. Non come adesso. Quello che avevo vissuto con il mio ex... non era stato amore. Non era stato sesso. Era stato nulla. Questo… era il mio primo vero amplesso.
Il ritmo cambiò. Divenne più violento, più carnale. Le sue spinte si fecero profonde, affamate. Mi penetrava con una forza che non avevo mai immaginato. Ogni colpo era un’onda che mi attraversava, che mi sollevava da dentro. Sentivo le natiche sbattere contro il suo ventre. Il suo cazzo sprofondava fino in fondo, colpendomi in quel punto segreto e proibito che faceva vibrare ogni parte di me. E io... gemetti. Senza pudore. Senza controllo.
–– Oh Dio… sì… sì…
– Sto venendo…
Si ritrasse di colpo. Sentii l’aria fredda sulla fessura ancora aperta, bagnata. Un vuoto che mi fece tremare. Poi… un fiotto caldo sulla schiena. Denso. Vivo. Mi fece sussultare. Un altro. E un altro ancora. Lo sperma mi colava lento lungo la colonna, fermandosi tra le scapole, arrivando fino all’elastico del costume. Lui lo guardava. Rapito. Le sue dita si posarono sulla mia pelle come su una tela. Lo spargevano. Lo usavano per scrivermi addosso.
– Così sei perfetta… sembri un’opera d’arte.
Mi voltai piano, ancora scossa, le gambe tremanti. Lo guardai negli occhi. Lui era lì, in piedi, con il respiro affannato e il sesso ancora rigido. Il suo sguardo mi perforava. Aveva qualcosa di intenso, quasi pensieroso. Come se si stesse chiedendo perché non fosse rimasto dentro. Perché non avesse completato tutto lì, dentro di me. Le sue dita erano ancora sporche del mio piacere. E del suo.
Le presi con dolcezza. Le portai alla bocca. Le labbra si aprirono lente. Leccai piano, una lingua morbida che accarezzava le falangi. Sentii il gusto denso e salato del suo sperma, misto alla mia umidità. E arrossii. Forte. Il calore mi salì al viso mentre lo facevo. Ma non mi fermai. Lo *assaggiai*. Con curiosità. Con desiderio. Con un pudore che non nascondeva nulla.
Lui abbassò lo sguardo su di me. Le sue dita libere mi sfiorarono il seno, sopra il vestito. Poi scesero. La pancia nuda. Un tocco che non cercava eccitazione, ma connessione. Una carezza lenta. Lunga. Come se volesse ricordare. Come se non fosse del tutto pronto a lasciarmi andare.
E nei suoi occhi… vidi che era mio. E che lo sarei stata ancora.
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